Metamorfosi Di Una Farfalla.

Phersephonae ~ martedì, 17 aprile 2007

Se c'è una cosa che mi piace del mio lavoro è quel momento che tecnicamente si chiama visita di monitoraggio, e che rappresenta l'aspetto diciamo folcloristico del rapporto con l'imprenditore che ha ormai avviato l'attività ed è, a tutti gli effetti, operativo.
Solitamente l'avventura si compie in un giorno programmato, e si incontra un numero preciso di aziende, generalmente si tratta di piccole realtà locali, prettamente artigianali, sicuramente di tradizione familiare, condotte da giovani spalleggiati da padri, madri, sorelle o altre svariate forme di parentela. Ci si inerpica per strade assolutamente improbabili, scoprendo sì paesi brulli e selvaggi ma anche affascinanti nelle loro caratteristiche, e mentre si sale (perchè si sale sempre, e sempre su strade sterrate che nemmeno il veterinario della pubblicità) ci si domanda spesso dove mai si troverà questa stramaledetta attività, per poi scoprirla di colpo, tipo cattedrale nel deserto, con il titolare sulla soglia che aspetta in compagnia dell'immancabile stuolo di familiari, vagamente minacciosi.
Fatte le presentazioni di rito, si procede alla visita vera e propria, e qui comincia il bello.
Non potrò mai dimenticare l'incontro con l'allevatore di struzzi nella cui azienda non esisteva neppure un uovo, e nemmeno una foto di struzzi, che fu difficile prendere per il verso giusto, e invece il solerte impresario funebre che insisteva  per illustrare il suo orgoglio, una specie di cella frigorifera dalle funzioni a dir poco impressionanti sotto tutti i punti di vista.
Capita invece, come stavolta, di fare piacevoli incontri, scoprire attività mangerecce fantastiche, arroccate su cocuzzoli di montagna ma dalle cui finestre l'occhio si perde fino al mare, odori di carni alla brace, caffè fatto con la moka, pane fragrante o biscottato da condire con sottolii indimenticabili, madri e sorelle che sbucano dalle cucine con piccoli doni "così li fate assaggiare a casa" e guai a non accettare.
Paesi che sembrano finti, case sconocchiate, strade vuote che sembrano animarsi di colpo, come ad un segnale preciso, e te li senti tutti addosso, gli sguardi silenziosi. Qualche volta, però, basta un sorriso, e partono le scappellate di saluto. Non sei un nemico, vieni in pace.
Tuttavia l'aneddoto c'è sempre.
Nel parcheggiare la macchina, mi accosto ad un'altra vettura, faccio attenzione a che ci sia spazio per i reciproci sportelli, prendo le carte e scendo. Me lo trovo a due centimetri, età indefinibile, fisico però decisamente da ottima salute, agita pericolosamente un bastone con pomello e sbraita: "Mi avete rigato la macchina!" Cerco di obiettare che assolutamente no, fra l'altro la rigata che c'è è verticalissima, impossibile a qualunque strisciata, men che mai ad uno sportello. Insiste e chiama testimoni, che si materializzano prima di subito. A questo punto non mi resta che far leva sul tailleur serissimo e sulla faccia da altrettanto seria professionista, ribatto che si sta sbagliando, e pure assai. Cambia tono: "Tanto lo so chi siete! Siete quella dell'usli (dice proprio così) che volete vedere se veramente sono invalido!" Con la coda dell'occhio vedo infatti il tagliando esposto sul suo parabrezza. E' qui che si vale la propria nobilitate, sorrisone smagliante: "Ma quando mai, ma io lavoro per... e sono qui per andare da... che c'entrate voi?"  Abbassa il bastone, si toglie il cappello, mi tende la mano: "Mi dovete scusare, ma certa gente non si fa i fatti suoi, lo volete un caffè?" Ringrazio e dico che no, faccio per andarmene e lui, cavaliere fino in fondo, mi rassicura :"Vi potete stare quanto volete, la macchina sta tranquilla, e pure voi." Non ne dubito, e mentre m'incammino lo guardo di sottecchi, cammina spedito verso il bar con passo da maratoneta.



| 20:29 | commenti (13)

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Phersephonae ~ martedì, 10 aprile 2007

http://images-srv.leonardo.it/progettiweb/electra/blog/lacrima55%20copy.jpg

 

Perchè ci sono vari tipi di dolore e non tutti fanno male.
C'è il dolore forte, acuto, spinoso come un rovo, ti scava dentro fin nelle pieghe del'anima e non ti dà tregua finchè non lo apri in due. Bussa anche di notte, ma molto spesso fai finta di non sentirlo. Ti aspetta all'alba, però.
Poi c'è il dolore sordo, insistente, ostinato, piagnucolante. Ti guarda dritto negli occhi, quello sguardo supplice ti infastidisce perchè ti fa sentire in colpa quando pensi ad altro.
Questo tipo di dolore non ha cura perchè si autoalimenta ed è eterno, immutabile. In fondo dà pure sicurezza.
Il dolore dell'incomprensione è improvviso, scatta senza preavviso, come un antifurto durante un temporale. Suona e risuona e assorda tutti i sentimenti finchè non lo stacchi.
Ma come fai a staccare il filo che ti lega dentro, che collega il cuore al cervello e il cervello allo stomaco? Se non posso eluderlo, e non posso davvero, mi sconquassa fintanto che non gli cedo, stremata gli cado in braccio, le certezze vacillano, le sicurezze, i nidi caldi, le coperte tiepide, gli sguardi perduti, le carezze mancate, le voci di dentro.
Questo dolore non fa tanto male, ma incrina ogni volta un pò.
All'inizio pensi di resistere, di essere più forte, spalle larghe, ce la faccio.
Poi formuli dentro di te tutte le giustificazioni possibili, attaccandoti ad esse come ad un salvagente in mezzo all'oceano, galleggi tra i se e i ma, ogni tanto provi anche a dare una bracciata, ma la corrente, inesorabile, ti porta ancora al largo. In alcuni casi piangi pure, lacrime secche di rabbia inespressa, maledici l'Equivoco, a volte ti maledici tu perchè te ne senti confusamente responsabile.
Ma è questo dolore ad essere maledetto, perchè infame, subdolo, vendicativo, nemico sleale.
Non chiede permesso, entra in te dalle fibre più sottili, e ti mangia piano piano.
Ti rende diffidente, cauto nell'esprimere il tuo cuore, si acquatta tra i battiti ed ogni tanto ne altera il ritmo regolare. Lo stomaco s'annoda, il cervello gira impazzito, tutti i sensi si affinano per cogliere il non detto, il sottinteso, in ogni sfumatura ti appare lo spettro dell'abbandono, del danno ineluttabile, e ne hai paura.
Poi, come sempre, passa.
Resta solo il risuono lontano, come di campana stonata.




| 17:57 | commenti (13)

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Phersephonae ~ domenica, 01 aprile 2007

http://static.flickr.com/27/52000937_1f488be225.jpg?v=0

 

Ti guardavo mentre sorridevi al mare, ne respiravi il salmastro e lasciavi che il vento ti scorresse addosso.
Provavo ad immaginare quello che la tua anima stava percependo, e mi domandavo se anche i tuoi pensieri scivolassero liberi, al ritmo della risacca.
Ho osservato a lungo il tuo sguardo, l'ho visto poggiarsi spesso sulla linea dell'orizzonte, poi perdersi fra le poche nuvole, indugiare su di me, cercare la familiarità di un sorriso, sentire l'odore della consuetudine rassicurarti.
Ed ho compreso anche la tua solitudine, eterna, cercata e custodita con cura, protetta dalle insidie del presente, viva e palpitante, anch'essa rassicurante.
Forse più delle parole, dei gesti, a volte può bastare un'istante, un'atmosfera.
Sentirsi parte integrante, sentirsi insieme.
E proteggere quest'attimo, per non dimenticarlo, per lasciarsi carezzare il cuore.



| 22:13 | commenti (11)

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Metamorfosi di una farfalla


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