C'è una forma di solitudine che accomuna le donne, ma che viene custodita nel profondo dell'anima, in quell'interstizio tra cuore e stomaco.
E' qualcosa che affonda le sue radici in chissà quale passato remoto, ma che riaffiora in tutte quando il presente diventa pesante, il quotidiano fagocitante, i giorni affannosi.
Alcune fingono di non vederla, decidono di indossare un abito a colori e si inebriano di bugie.
B. appartiene a questa categoria, da molti anni ormai galleggia in uno stato di quiete apparente che le seda i pensieri cupi, la malinconia inguaribile come il suo eterno dolore.
Ha gli occhi dolci, profondi come il mare, ma la sua storia è tutta lì dentro e per quanto si sforzi di tenerla più in basso possibile emerge sempre, balugina tra le ciglia lunghe, si muove dietro le palpebre anche quando dorme, a volte fa tanto rumore da svegliarla nel cuore della notte, il respiro affannoso, il nodo stretto in gola, l'urlo strozzato, rimane ore intere a contemplare il soffitto in cui vede scorrere sempre lo stesso film, con lo stesso finale.
Quando albeggia lei è già pronta, apre uno dei suoi armadi, sceglie con cura il vestito a colori, lo indossa veloce, prima che si sveglino gli altri, lesta lesta raccoglie le tracce della battaglia notturna perchè non resti neppure un granello di sabbia, neppure un segno.
Anche P. è donna notturna, perchè il giorno le ferisce gli occhi che non vogliono vedere.
Li scherma sempre con grandi occhiali scuri, predilige l'ombra che sfuma i contorni e le rende i sogni più nitidi, così da interpretare il ruolo che le piace di più, quello della donna libera, senza paura, una vera vincente. Ogni tanto si arrabbia perchè a furia di sogni ed ombre confonde i piani, e non capisce quando è l'ora di uscire dal nascondiglio per farsi trovare.
Certe volte non si trova neppure lei, e piange disperata stropicciandosi gli occhi.
Poi ci sono le due A., la chiara e la scura. La chiara bolle come una pentola sul fuoco, la sua solitudine combatte con la sua forza, sono botte da orbi, di notte e di giorno, senza respiro.
La senti stanca ma indomita, piange lacrime secche che asciuga e conserva, si veste e si sveste con la stessa determinazione, fragile e guerriera, impossibile fermare il suo andare, quando decide è già per strada, scende dritta al mare e vi si lancia con la stessa velocità di un delfino.
Nuota e si placa, ma è solo apparenza, è donna fatta di schiuma e di onde, di risacche e scirocco impetuoso, che quando soffia ulula forte e chiaro.
L'altra è più tenue, impastata di colori pastello, tinte leggere come acquarelli.
La sua solitudine ha il colore azzurro delle nuvole estive, si confonde spesso con il cielo, ed infatti lei stessa non si definisce sulla tela, preferisce stemperare i pennelli in sagome astratte.
Una volta le ho visto spiccare il volo come certi dipinti di Chagall, e l'ho vista felice, eterea e luminosa. Svolazzava appena sui tetti di casa sua, mi salutava e mandava baci con la mano.
Avrei voluto che il suo volo fosse più alto, e più lungo, ma è sempre ritornata, ali basse e qualche piuma in meno. In mano, stretta al petto, l'ultima nuvola che era riuscita ad acchiappare, ne ha un paio chiuse in barattoli di vetro, ogni tanto ne apre uno e annusa il profumo. Un giorno le ho chiesto che profumo fosse, e come mai perdurasse così tanto.
Ha sorriso, timida e sorniona, e socchiudendo un poco gli occhi ha risposto: è amore.
Dedicato a voi, amiche mie, anche se non lo sapete.