Com'è lontano il mare stamattina.
Aprendo la finestra l'ho appena intravisto, una distesa dorata senza confine, senza orizzonte.
Neppure una nave, nemmeno un gabbiano.
Ho aguzzato lo sguardo, controsole, mi è sembrato che arretrasse ancora, sospinto dal vento.
Scilla e Cariddi si sono staccate, la leggera corrente le ha distanziate, sono rimasta a guardarle mentre si mandavano baci di schiuma e di onde.
Ho salutato anch'io, senza dolore, succede sempre così, adesso c'è troppa luce, il mare ritorna al tramonto.
Certe volte avrei bisogno di un'isola.
Un'isola piccola, vulcanica, nera dunque, bruciata dal sole e dal magma.
Mi piacerebbe vederla comparire all'orizzonte solo quando il cielo diventa blu cobalto, il mare si appiattisce rispettosamente, qualche gabbiano sorveglia dall'alto, le grandi ali distese.
Le isole piccole hanno il pregio dello snobismo, rifiutano le masse vocianti, respingono gli approdi invasori con le loro coste frastagliate e aguzze contro cui è facile urtare e farsi male, quindi si fanno avvicinare solo da chi conosce il mare di dentro.
Ho sognato molte volte di naufragare su quest'isola, senza averne paura, ho vagato tranquilla a piedi scalzi tra i viottoli pietrosi, il calore della terra mi ha consolato, il vento mi ha dato sollievo, l'ombra del manto lavico si è levata al tramonto, maestosa e protettiva.
Io lo so, quell'isola compare solo di notte, in certe notti in cui si sentono come dei tuoni, dei brontolii profondi, e poi la vedo emergere dalla pancia del mare, a volte con fatica, altre volte leggera, spinta da giù.
Ne sento anche l'odore, speziato di sole, di sale, di pietra asciutta, di grotta scavata.
Quando è proprio tutta fuori, accomodata in mezzo al mare, le vado incontro nuotando con forza, eppure non sento fatica.
Mi sdraio sulla sabbia, sono arrivata.