Allora, facciamo che sono le due e un quarto di un pomeriggio assolato e afoso e tocca andare dall'altro capo della città, disgraziatamente piuttosto lontano dalla tua fresca e comoda casa, in una fascia oraria decisamente da pennica. Ma si deve fare, perchè è l'ultimo di una serie di incontri programmati per concludere (evviva!!!) un famigerato progetto formativo che sta in piedi per ostinazione (mia), ma che in questo momento storico nel quale mi dibatto ed arrabatto, rappresenta una fonte di reddito e, come si suol dire, non ci sputo sopra.
Premetto che gli incontri concordati avevano in sè una logica, un nesso, un filo conduttore, persino un loro intrinseco perchè, se SOLO si fossero svolti in un clima appena normale.
E invece, fin dal primo giorno ho avuto il sospetto, poi divenuta tragica certezza, che qualcosa non quadrasse, ma non nel programma o negli ignari partecipanti, senza falsa modestia neppure in me, docente per caso ma precisa per vocazione, diligente per impostazione, fulgido esempio di dabbenaggine certificata. Tralascio la citazione delle svariate volte in cui ho lavorato fuori orario e gratis, va bene, non sarò l'unica, sorvolo l'enumerare delle ore trascorse a contemplare la collega che digita con un dito alla velocità di una parola oggi e un asterisco domani, evito di rammentare a me stessa le volte in cui ho dovuto, con circospezione, togliere un congiuntivo di troppo o aggiungere un apostrofo vagante in altri luoghi, e lasciamo pure andare le sfortunate circostanze per cui, inesorabilmente, a turno è mancata l'aula, la lavagna luminosa, la carta, il modem, la stampante, gli appunti (miei) affidati al cosiddetto tutor, o responsabile di progetto, sempre afflitto da qualche disgrazia ovviamente rendicontata a forza, e con tutti i dettagli del caso... eviterò anche di raccontare lo sgomento che mi ha pervaso, quando mi sono resa conto che la programmazione delle giornate, anche le mie, ahimè, avveniva in aula informatica, sì, ma via chat, giocando con i programmi excel tipo battaglia navale, colpito-affondato...si può forse comprendere quello che in un nanosecondo mi è passato per la testa quando oggi, appunto, giunta a destinazione in un lago di sudore e con il toast ricompattato nello stomaco come un blocco di cemento armato, mi sono sentita candidamente annunciare che purtroppo non c'era il registro, impossibile firmare, accedere al sistema (che nemmanco la Nasa), compilare l'orrendo format, in breve avevamo scherzato, tutti a casa, ci vediamo la prossima settimana, forse.
Non so che animale sia quello della foto, ma, credetemi, rende perfettamente l'idea della mia metamorfosi, altro che farfalle.
Marisa ha lo sguardo acuto e profondo.
Angela socchiude spesso gli occhi, e cerca altrove.
Il pomeriggio vola in un attimo, tre donne sedute ad un bar, la voglia di raccontarsi, di ascoltare con il cuore aperto, libero.
Oltre i confini del tempo, dello spazio, delle convenzioni.
A volte basta davvero poco per creare un'intesa misteriosa, che non ha bisogno di frequenza ma di sintonia, che non bada al solo linguaggio verbale, ma ne fa strumento di unione.
Guardo le mani di Marisa danzare nell'aria, descrivono storie, raccontano gesti, si congiungono spesso quando scavano nella memoria profonda.
Angela ascolta, sorride con gli occhi complici, un pò malandrini, che dicono molto più delle parole misurate dalla fatica di una realtà stretta stretta, che tira da tutte le parti.
Una storia, tante immagini sovrapposte, la scelta di un finale, un sipario che cala a metà, ostinato, tenuto da fili invisibili, ma tenaci come cavi d'acciaio.
Il cuore delle donne, infinito, insondabile, scavato di anse e di anfratti, a custodire visi, parole non dette, pensieri inespressi, ricordi incompiuti, rimpianti spalancati su altre scene, altre vite.
E una forza immensa a tenere insieme tutto questo, rimboccando i lembi dei sogni quando cercano di scappare via, ricacciando dentro ogni istante come fosse il più prezioso, che non si dissolva, che non perda il suo profumo, qualunque cosa esso rievochi, anche il dolore più cupo, o quella sottile malinconia che odora di passione forte, forse di solitudine, sicuramente d'amore.