Mese di matrimoni...
torno da quello di mio fratello, una cerimonia romantica e delicata in cui il protagonista assoluto è stato l'amore, percepibile fisicamente, che ha aleggiato su tutti, sposi ed invitati, commossi ed emozionati, partecipi tutti insieme di un sogno sincero.
Sarà che, in tempi strani come quelli che stiamo vivendo, ci colpiscono i sentimenti più semplici, forse più tradizionali, sarà che una coppia che si ama e se lo dice con gli occhi fa bene al cuore, specialmente se è un pò ammaccato, resta il fatto che se c'è una speranza, io voglio credere che sia fondata sull'amore, quello forte, intenso, appassionato, che ti fa sentire vivo.
Che ti fa vedere oltre la siepe, oltre il buio del tunnel se ci stai dentro, oltre il mare agitato nel quale annaspi, e ti sembra di affogare, stanco di nuotare controcorrente.
Che ti consola per il solo fatto di esserci, e di essere con te, a fianco a te, insieme.
Ed anche se non lo vedo, o mi sembra oscurato, a volte addirittura spento, voglio credere che c'è, e che in silenzio arde sotto la cenere, pronto a riprendere vigore.
T'amai senza che io lo sapessi,
e cercai la tua memoria.
Nelle case vuote entrai con lanterna
a rubare il tuo ritratto.
Ma io sapevo già com'eri.
D'improvviso mentre venivi con me
ti toccai e si fermò la mia vita:
eri davanti ai miei occhi,
regnavi su di me, e regni.
Prima d'amarti, amore, nulla era mio:
vacillai per le strade e per le cose:
nulla contava nè aveva nome:
il mondo era nell'aria che attendeva.
Io conobbi cinerei saloni,
gallerie abitate dalla luna,
hangars crudeli che s'accommiatavano,
domande che insistevan sull'arena.
Tutto era vuoto, morto e muto,
caduto, abbandonato e decaduto,
tutto era inalienabilmente estraneo,
tutto era degli altri e di nessuno,
finchè la tua bellezza e povertà
empirono l'autunno di regali.
E' un sonetto di Neruda, fatto leggere dagli sposi dopo lo scambio delle fedi.
Lo dedico a tutti, che sia di augurio e di speranza.
Piove, e piove.
L'aria è carica di elettricità, la nuvolaglia gonfia e scura libera acqua scrosciante, gocce grosse e rotonde, le vedo sbattere con forza sui vetri, rimbalzare sulle superfici, su e giù, a ritmo.
Mi chiedo dove finiscano i randagi, quando piove così forte, dove trovino riparo i gatti che si acciambellano sul tettuccio della mia macchina e non intendono scendere neppure quando metto in moto. E dove andranno a nascondersi gli uccellini tra i rami degli alberi che ombreggiano la scalinata sotto casa, che a volte al mattino cantano così forte da sovrastare il rumore della strada, della gente che corre, strombazzando, brontolando, senza tempo, senza sosta, senza alzare lo sguardo per vedere, senza fermarsi e provare ad ascoltare il loro canto.
Non so dove finisca quest'acqua che scende, torrenziale, magari pulisce il cielo, magari rinfresca, forse domani c'è il sole e il mare sembrerà più azzurro.